Google Hummingbird, cos’è e come funziona

Luca Isotta

Luca Isotta

Google Hummingbird è un’importantissima risorsa made in Google che si propone come vera e propria rivoluzione nel campo della semantica.

A differenza dei suoi predecessori Panda e Penguin, questo non va considerato come un aggiornamento dell’algoritmo di Google ma un algoritmo a sé stante.

Google Hummingbird, la nuova frontiera della semantica

Google Hummingbird
Google Hummingbird

Uno dei suoi sviluppatori, l’ingegnere Amit Singhal lo ha definito come una delle novità più importanti dai tempi di Caffeine. Sempre secondo Singhal era dal 2001 che Google non lanciava un programma tanto ambizioso cioè da quando egli ha iniziato a lavorarci. L’esordio di Hummingbird è avvenuto nel settembre del 2013 e per la prima volta un update non ha portato il panico generale fra chi si occupa di SEO!

Vediamo perché.

Che cos’è Google Hummingbird

La scommessa che Google ha voluto fare con questa sua nuova invenzione è stata quella di avvicinare il linguaggio degli esseri umani a quello delle macchine.

Come ben sappiamo, i vecchi algoritmi hanno sempre lavorato fermandosi alle keywords senza analizzare la query nel suo complesso. Google Hummingbird ci permette di fare un passo avanti e di entrare nel vivo della ricerca, prestando attenzione al contenuto e mettendo in relazione fra loro le parole della query.

In particolare, le ricerche in cui questo strumento ci torna più utile sono quelle in cui compaiono delle “verbose queries“, come le ha definite Singhal durante l’intervista fattagli da Danny Sullivan. Stiamo parlando quindi di tutte le query digitate in maniera più confidenziale, come se interloquissimo con un’altra persona.

Un esempio potrebbe essere: “chi è stato l’ultimo re di Roma?”. Questa query è posta come se noi stessimo parlando col motore di ricerca ed è pertanto considerata una tipica domanda da conversazione.

Questo modo di effettuare le ricerche è destinato a crescere, soprattutto dopo la nascita delle ricerche vocali che instaurano un vero e proprio dialogo fra l’utente e Google. A tal proposito occorre ringraziare la nostra dipendenza dagli smartphone, da cui è partita quest’invenzione che si è estesa anche nella navigazione da desktop.

Ma come funziona nello specifico Hummingbird? Vediamolo.

Come funziona il nuovo algoritmo di Google

l'ingegnere Amit Singhal, fondamentale nello sviluppo di Hummingbird
Amit Singhal

Hummingbird ha fatto fare passi da gigante alla semantica grazie alla sua capacità di interpretazione del naturale linguaggio umano. La knowledge graph gioca un ruolo fondamentale in quest’ambito.

Essa permette all’algoritmo di tradurre le mille sfaccettature di una query attraverso un’attenta analisi del contesto. Come possiamo notare si cerca quindi di comprendere a pieno quella che è l’intenzione dell’utente, tralasciando i dettagli puramente tecnici.

Un esempio per chiarire ogni dubbio può essere questo: immaginiamo di digitare “come si contrae un virus?”. Per noi forse sarà scontato fare una distinzione tra virus biologico e virus informatico ma per un algoritmo non è un’operazione così intuitiva.

A seconda di quello che è il contesto della ricerca effettuata dall’utente Google Hummingbird porterà a definire dei risultati coerenti con quelli sperati.

Oltre alla sua abilità di entrare nei complessi meccanismi di comunicazione umana e decifrarli, Hummingbird sfrutta anche la geolocalizzazione per aiutarsi nel suo lavoro.

Contesti in cui emerge l’algoritmo

Non è un caso che Google abbia deciso di chiamare il suo nuovo algoritmo in questa maniera. Hummingbird vuol dire per l’appunto “colibrì”, volatile caratterizzato da notevole rapidità e precisione.

Pertanto, sarà difficile che esso trovi applicazione in un contesto di ricerca molto generico. Ad esempio se io scrivessi sulla barra di ricerca di Google “migliori panini di Lecce”  Hummingbird non avrebbe modo né ragione di agire.

Se invece la mia ricerca fosse come abbiamo detto prima più confidenziale allora scriverei “dove posso trovare i migliori panini al salame di Lecce?”. In questo caso Hummingbird giocherebbe un ruolo chiave nella ricerca perché andrebbe a visionare la zona di Lecce tramite la geolocalizzazione avendo inteso che abbiamo intenzione di recarci fisicamente lì.

Inoltre, grazie alla puntualizzazione “panini al salame” scarterebbe tutte le paninerie che non soddisfano quel requisito, concentrandosi solo su quelle che fanno il panino al salame.

Infine, confronterebbe le recensioni e tutti gli altri dati a sua disposizione per dare all’utente una risposta quanto più precisa possibile su quali sono i migliori della zona.

Google Hummingbird e la SEO

Google Hummingbir e la SEO

Volendo tornare all’inizio dell’articolo in cui si spiegava come a differenza degli altri update questo non impensierisse così tanto i webmasters, ora capiamo il perché: Hummingbird non penalizza i siti web con il suo operato, semmai sprona i creator a dare il massimo e a mettere la cura dell’utente al primo posto.

Di conseguenza, chi ha un’attività SEO, deve iniziare ad occuparsi maggiormente delle persone e meno dei cavilli tecnici. La soluzione migliore da adottare è privilegiare contenuti di qualità in cui si cura la semantica.

Oltre a questo è importante avere dei link che rimandino l’utente a pagine come la nostra. Non solo. Il nostro sito dev’essere autorevole. Proprio per questo motivo ci si deve impegnare con costanza perché questo è un traguardo che solo il tempo può far raggiungere. Non bisogna dimenticarsi dell’importanza di promuovere la nostra attività sui social e quindi avere dei followers per incrementare la nostra influenza.

Infine può tornare utile avvalersi di markup semantici che in pratica sono degli strumenti che creano una connessione fra la presentazione e il contenuto di un documento. Servono cioè a creare paragrafi, footer, liste e così via, facilitando la vita al creator che spesso trascura la forma in nome della sostanza.

Conclusioni

Quanto visto ci spinge a concludere che in futuro Google imboccherà in maniera sempre più convinta la strada dell’intenzione e non delle keywords.

Non è un caso se sull’annuncio riguardante la knowledge graph Google si sia espresso dicendo che questa è l’epoca di un’importante transizione: il passaggio dalle “strings” alle “things“.

Ciò vuol dire che pian piano i motori di ricerca abbandoneranno la logica delle stringhe che lavora per parole chiave ed adotteranno quella delle cose, dei concetti, delle relazioni.

A noi, dunque, non resta che attendere i nuovi sviluppi del mondo Google, con la consapevolezza che le novità portate dalla compagnia di Larry Page avranno sempre come fine ultimo una sicura e confortevole navigazione degli utenti.

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